Antonio Errigo
18/01/2013
Commenti
IMG_1692

Quando un aereo si stacca da terra, al decollo.

E quando perde quota, prima dell’atterraggio.

 

Ecco, in questi due momenti è possibile osservare e comprendere meglio chi siamo e come siamo organizzati su questo mondo. Quanto, in fondo, siamo minuscoli.

 

Quand’ero piccolo mi fissavo a guardare le formiche. Chi di voi non l’ha fatto almeno una volta? Ricordate?

In file perfette, si dirigevano verso il loro formicaio. Un continuo work in progress

Ed è esattamente così che appare la terrà dall’oblò di un aereo.

 

Dall’alto, si sa, le cose si vedono meglio.

La suddivisione perfetta degli appezzamenti di terreno, l’incredibile precisione con cui vengono coltivati i campi. Gli spaventapasseri. Gli agglomerati urbani. Il centro e la periferia. Le coste. I porti. La foce di un fiume. Il fumo che esce dalle ciminiere. Il laghetto vicino casa. Le piscine delle ville. Le macchine in autostrada o le luci delle navi in mare aperto.

Di notte poi, lo spettacolo è al quadrato…

 

È difficile mettere a fuoco i particolari. Si coglie solo una parte ma si comprende il tutto.

 

E questa volta è Istanbul.

 

Sì, ho scelto questa destinazione. Anzi, è stata lei a scegliere me.

 

Dal finestrino, in questo preciso momento, si vede solo un manto di nuvole. Ora è tutto immacolato. Non uno spazio, non un’interruzione. Nessun intervallo di luce. Tutto quello che c’è lì giù è ormai coperto.

Questo enorme piumone, bianco e candido, nasconde il mondo. Quello che conosciamo. E sembra voler riscaldare e sciogliere i miei pensieri. Infreddoliti, raffreddati, ghiacciati …

 

Stringo tra le mani un libro.

Elif Shafak, l’autrice, tra l’edizione turca e quella inglese ha subito un processo per aver fatto pronunciare ad alcuni personaggi armeni del suo romanzo frasi ed opinioni sconvenienti.

Violazione dell’art. 301 del Codice penale turco, sostenevano. «Denigrazione dell’identità nazionale turca».

È stata assolta per fortuna …

 

La bastarda di Istanbul”. Questo è il titolo.

 

Ancora devo riuscire a spiegarmi come mi sia finito tra le mani questo libro.

Io, in fondo, cercavo solo una guida turistica …

 

Ed invece, eccomi impelagato in una storia travolgente. Una di quelle che ti prende per il collo, ti alza da terra e ti sbatte via rabbiosa…

Sì, la rabbia per non essere abbastanza preparato. Per essere fondamentalmente ignorante e maledettamente incompleto.

Ma non sono preoccupato. Nulla di nuovo. È la solita sensazione che mi pervade ogni volta che inizio a leggere un libro e che si placa solo all’ultima pagina.

 

Turchi, curdi, armeni, greci, deportazione, religione, impero ottomano, kemalismo, PKK, Lupi grigi, çai, simit, kokorec e baklava…

 

Fino a qualche giorno fa, queste, erano parole nascoste, sfocate e smorzate nella mia mente.

Ma tra pochi capitoli sarà tutto più chiaro e, non importa, se dovesse rimanere qualche dubbio, qualche incertezza, qualche perplessità … chiederò a Valeria.

 

Lei mi aspetterà in Piazza Taksim.

 

Dice che raggiungerla sarà un gioco da ragazzi.

«L’aeroporto non è molto grande Anto. Subito dopo l’uscita ci sono i bus dell’Havatas… bianchi con la scritta blu…»

 

L’atterraggio è stato perfetto. Ha nevicato ed un freddo pungente si infila tra i miei vestiti.

 

«Da non credere, sono in Asia …» sussurro mentre mi autoritraggo nella foto di rito fuori al piazzale dell’aeroporto.

 

Una delle peculiarità di Istanbul (che per mera precisione è Istànbul … e non Istanbùl) è quella di estendersi lungo le due sponde dello Stretto del Bosforo, dunque, credo sia l’unica metropoli al mondo ad occupare due continenti.

I voli low cost (…‘nc’ho mai ‘na lira…) atterrano all’aeroporto internazionale Sabiha Gökçen, nella parte asiatica appunto.

 

È ormai buio e la storia dell’armeno-americana Armanoush e della bastarda-turca Asya può attendere. Mancano veramente poche pagine. Sono al clou. A breve scoprirò chi è il padre biologico di Asya.

Ma decido comunque di chiudere queste pagine. Ci sono momenti in cui, per emozionarsi davvero, è sufficiente mettere il naso fuori da un libro, fuori da Facebook, fuori dal Whatsapp e guardarsi intorno. La vita è un’altra cosa…

 

Il bus si è ormai immesso su uno dei ponti più famosi del mondo ed io non posso certo perdermi questo spettacolo.

Il ponte è illuminato.

I battelli sono illuminati.

La città è illuminata a destra. È illuminata anche a sinistra.

Ed il riflesso sull’acqua oleosa crea un’atmosfera surreale. Straordinaria.

 

Così come straordinaria è la persona che mi attende all’arrivo.

Valeria è italianissima. Che più italiana non si può … è nata a Reggio Calabria, ma cresciuta a Milano. Il suo accento tende al nordico, ma di tanto in tanto se ne esce con qualche battuta in dialetto reggino.

Non so molto su di lei.

 

Il caso ci ha fatti incontrare proprio su un aereo diretto a Reggio Calabria. I social ci hanno permesso un contatto costante. La spensieratezza ci ha fatto rivedere per un amichevole caffè a Roma, pochissimi minuti. La fiducia verso le mie sensazioni mi ha spinto sin qui, in Turchia, dove lei vive da ormai quattro lunghi anni e dove si guadagna da vivere insegnando nelle Università.

 

Avanzano dunque le dita di una mano… io e Valeria ci siamo visti pochissimo. Ma, a quanto pare, per un tempo sufficiente per comprendere che in fondo siamo fatti della stessa pasta.

Avete mai sentito parlare di “fuga dei cervelli” all’estero? Beh, quello di Valeria si è proprio dileguato.

 

Sì, perché il valore della sua laurea con il massimo dei voti in una delle migliori università italiane, del suo Dottorato in Relazioni Internazionali, il valore dei suoi sacrifici, il valore del suo sapere … qui in Italia, si sarebbe dissolto. Sarebbe stato evanescente. Sarebbe evaporato. Sfumato.

Antonio Gramsci una volta disse “studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”. Abbiamo studiato, ma evidentemente non hanno più bisogno di noi…

 

A fare da sfondo al nostro saluto c’è la Istànbul europea. Finalmente materializzata sotto i miei piedi.

 

Avrei voluto lanciare per aria il mio piccolo trolley ed urlare di felicità. Tanto non mi avrebbe calcolato nessuno.

 

Il Viale Istiklal è frequentato da circa due milioni di persone al giorno…

Ci pensate? Due milioni di persone al giorno…

 

Luci, bar, pub, negozi, boutique, artisti di strada che suonano il Saz (quella bizzarra chitarra turca), i venditori ambulanti di … di … di tutto… cozze e limone, castagne, pannocchie, simit, the caldo, salep …

Uomini. Donne. Bambini che sembrano già uomini. Bambine che sembrano già donne. Adolescenti con quella prima peluria che spunta sulla pelle liscia, proprio lì, sotto il naso, che lascerà posto, al più presto, ai foltissimi e tradizionalissimi baffi.

Trentenni alla moda. Bionde ossigenate, tacchi e cosce al vento. Altro che velo islamico.

In questo momento nessuno si accorge di nessuno. C’è compattezza, ma non c’è una storia. Ce ne sono mille. Milioni…

Si percepiscono gli odori. Tanti ed inebrianti. Metro dopo metro si succedono le drogherie piene di spezie, di dolci. C’è Starbucks, c’è Burger King, c’è Pizza Hut, c’è Mc Donald. Ci sono le luminarie, quelle che da noi mettono solo a Natale e che qui ci rimangono per tutto l’anno.

 

Si chiama Istiklal. Ma questo viale potrebbe chiamarsi Fifth Avenue, Rue de Rivoli, Oxford Street o Via Montenapoleone.

 

Ho fame. E Valeria mi ha portato in un ristorantino che non è un ristorantino. Non è nemmeno una trattoria. Non è neanche un’osteria, una taverna o una tavola calda. Sembra piuttosto casa mia. Sì, casa mia con i camerieri ed un menù a me incomprensibile. Ho fatto ordinare a lei.

È stravolgente il grado di confidenza che si è creato in questo posto. Questi qui sembrano tutti amici miei. I quadri appesi alle pareti sembra li abbia scelti io. Le lampade e la libreria alle mie spalle. È tutto perfetto.

 

Abbiamo parlato tanto io e Valeria. Come fanno i vecchi amici di sempre. O come fanno quelli che amici ci vogliono diventare ora…

Come fanno le persone curiose. Che tra una frase e l’altra chiedono “ E perché?”.

 

Ho mangiato dei ravioli in salsa di yogurt ed ho assaggiato i suoi involtini fatti con la foglie di vite. Io non sapevo neanche fosse commestibile la foglia di vite…

Tutto buonissimo. Tutto accompagnato da un buon the caldo.

Che strano …

 

Gli inglesi hanno fissato un orario per berlo. Alle 5 del pomeriggio mi pare… I turchi hanno scelto di essere liberi di berlo a qualunque ora del giorno e della notte. Ed in qualunque luogo. Meglio se seduti su piccoli sgabelli di legno e corda. Tanto bassi da rasentare il pavimento.

 

Il çai, il the appunto, è l’anima calda di questa città. Ed è stato già col primo fragilissimo bicchiere a forma di clessidra che ho cominciato ad intiepidirmi.

 

Elif Shafak, oltre alla “Bastarda di Istanbul”, ha scritto un libro che a Valeria è piaciuto molto. Si intitola “Il palazzo delle pulci”. Io non lo conosco. Ma non è questo il punto…

 

Ho come la sensazione che queste due donne abbiano qualcosa in comune. Conoscono la Turchia come le loro tasche e hanno avuto qualche problemino per via  delle opinioni espresse in questa terra.

 

Ora, provateci voi a trovarvi nel pieno di un’intervista ed autocensurarvi.

La censura non fa parte delle persone vere. E si fa una fatica bestiale, immagino…

Ora, provateci voi a trovarvi nel pieno di un’intervista ed autocensurarvi in lingua inglese…

La censura non fa parte delle persone vere. E si fa una fatica bestiale a pensare in Italiano, tradurre in inglese e far comprendere il tutto, o anche solo una parte, ad un giornalista turco.

 

Valeria parla tre lingue, io dico quattro, ma lei dice tre…

Il che può essere un fottutissimo vantaggio sul mondo che ti circonda, ma un bel limite per chi è abituato, come lei, a scrivere e pubblicare articoli scientifici, con analisi politiche e social-culturali chiare, puntuali, precise e che non lasciano spazio ad interpretazioni.

Ma parlare è un’altra cosa.

 

Beh, la faccio breve … le sue parole, pronunciate durante un’intervista in cui si parlava dell’attuale amministrazione turca (di cui Vale, la Prof. Vale, è espertissimissima), sono state ascoltate con un orecchio troppo severo. Troppo politicante. Troppo poco elastico. Non si sa ancora da chi. È un mistero a tutt’oggi. Ma ecco che da una semplice intervista sono sorti problemi seri che Valeria, l’italianissima Valeria, ha dovuto affrontare con il coltello in mezzo ai denti e con le unghie ben affilate. Ma li ha risolti per fortuna.

Lei stava solo esprimendo un’opinione. Come ognuno di noi fa ogni giorno.

 

Ah… ho omesso un particolare. Valeria qui vive da sola.

Sì ok, conosce un mucchio di gente, ma quella è un’altra cosa.

 

La solitudine, per chi viaggia, è una condizione ricercata. Voluta. Talvolta è come se fosse un patto di non belligeranza con la vita. Della serie, io me ne sto qui da solo, ma tu, vita, così complicata e contorta, lasciami in pace per un po’. Già per un po’ … il patto  deve essere a tempo determinato …

 

E sì, perché, quando si protrae per troppo tempo, la solitudine, non fa bene e non piace a nessuno.

 

Quella dell’intervista, è solo una delle tante storie che mi ha raccontato mentre passeggiavamo per le vie di Istanbul.

E me ne ha raccontate alcune bizzarre ed incredibili. Alcune decisamente divertenti. Altre ancora, da rabbrividire. Ed io li ad ascoltare.

 

Valeria con le sue storie mi ha fatto sentire come in un libro di Elif Shafak.

 

Ecco perché dico che è stata Istanbul a scegliere me.

Io cercavo una guida turistica…

Ed invece, in quei momenti era come se, mentre passeggiavo nei pressi della Basilica di Santa Sofia, o vicino ai pescatori istanbulioti, o al buio della  Cisterna della Basilica, oppure in quei quartieri bloccati nel tempo, dove le viuzze suddividono i mestieri (la via degli idraulici, quella degli elettricisti, quella dei carpentieri…), o al Gran Bazar delle spezie, o, ancora, in quell’appartamento pieno di giornalisti e corrispondenti freelance provenienti da tutto il mondo dove comunicavamo in inglese misto ad italiano, spagnolo, turco … sì, insomma, era come se io stessi leggendo le pagine mancanti del romanzo che avevo chiuso al mio arrivo, sul bus, mentre attraversavo il Bosforo per la prima volta.

 

Ho avuto poco tempo. Ne avrei voluto molto di più. Ma ho visto tutto. Tutto quello che era necessario vedere per sentirmi meglio. Per tornare con quella sensazione di pienezza interiore che mancava da un po’.

 

Anche questa volta la pioggia ha accompagnato tanti dei miei pensieri. E’ un insolito destino quello mio con la pioggia.

Ho bevuto il mio ultimo teh nel posto che più m’ispirava.

Valeria me lo aveva fatto vedere solo da fuori. Avevamo fretta di raggiungere un altro luogo quel giorno.

 

Si tratta di un piccolo locale. Un po’ buio. Un po’ vecchio. Un po’ europeo e poco mediorientale. Sei tavolini, non uno di più. Il più bello sta proprio vicino la vetrina che affaccia su un marciapiede dove chi passa, ha la possibilità di fermarsi a guardare ed acquistare vecchie foto, vecchie stampe, vecchie locandine dei film turchi, buttate lì, dentro un cartone e messe fuori. E chi si ferma in quel posto è come se si fermasse a bere una tisana con te, che sei al di la del vetro, un po’ infastidito. un po’ imbarazzato.

Gli altri tavoli sono disposti l’uno di fianco all’altro, tutti rivolti verso un’enorme libreria, piena zeppa di libri scritti in inglese. Quelli ingialliti dal tempo. Quelli che sono stati letti ma che probabilmente nessuno mai riaprirà più.

Valeria mi ha scattato una foto. Una di quelle che dice tutto.

Una di quelle che dice grazie. Una di quelle che dice sorridi con me. Una di quelle che dice non mollare perché se sei lì, Vale, è perché sei un gigante.

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle dei giganti», disse una volta Isaac Newton.

È una di quelle foto dove io sto sulle tue spalle.

 

 

Sulla riva del Bosforo, l’ultimo giorno, mentre la casualità della vita ci aveva fatto mettere seduti ai tavolini del bar “Nescafé Milano”, Valeria mi ha chiesto come interpretava quel ponte, che unisce l’Europa all’Asia, uno scrittore.

 

«Perché c’è uno scrittore? Dov’è? Chi è?» ho risposto scherzando.

 

In teoria sarei io quello scrittore. Ma non ho voluto rispondere.

E non per modestia o non so che. Era proprio che io, quelle parole lì, non le avevo.

 

Cosa poteva mai voler significare un ponte tra l’Europa e l’Asia?

 

Forse non avevo capito bene la domanda…

 

E non ho pensato ad altro fino ad oggi.

 

Ed ecco cos’è per me quel ponte.

 

È un orecchio teso. Pronto ad ascoltare le storie che provengono dall’altra sponda. Come io ho ascoltato le storie di Istanbul.

È lo sguardo che va oltre la punta del mio naso.

È la voglia di superare un ostacolo. Una preclusione. Una sospetto. Un timore. Esattamente come hanno fatto l’armeno-americana Armanoush e la bastarda-turca Sofya.

È la possibilità di esprimere un’opinione liberamente ed in tante lingue diverse, senza che qualcuno ti giudichi. Proprio come hanno fatto Elif Shafak e Valeria. 

 

È una passerella sulla natura. Perché la si possa guardare meglio e con più rispetto.

È una possibilità. È un’opportunità. È una alternativa.

 

Forse quel ponte è un anello. La fedina d’oro che suggella un amore eterno. Quello che si sono dichiarati la sponda destra e quella sinistra di Istanbul.

 

Forse quel ponte è un simbolo. Forse quel ponte è il tempo.

 

Ed “il tempo è tempo. È relativo!”

 

 

 

 

 

 

[Foto by ANTONIO ERRIGO]

COMMENTI: