Antonio Errigo
29/01/2013
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Piove ormai da ventiquattro ore. Non ha mai smesso oggi. Non so se mi è piaciuto. Ci devo pensare…

Ho trascorso parecchio tempo all’interno della mia auto. Si procedeva a passo d’uomo.

Roma è grande. E la tisana che sto bevendo adesso, a casa, me la fa ricordare ancor più estesa di quel che è.

 

È stato proprio lì in mezzo, tra un’auto e l’altra, tra un semaforo giallo, quasi rosso, che mi sono interrogato sul perché io abbia costantemente questa sensazione di stare in equilibrio. Sul perché io cerchi sempre di bilanciare le mie azioni. Di proporzionare i miei istinti. Di contabilizzare le mie emozioni.

 

ATTENZIONE !Agitare bene prima dell’uso”, direbbe qualcuno.

 

A volte è sufficiente un piccolo scossone per tornare alla realtà …

E già, è sempre meglio agitare velocemente la testa, per un secondo, prima di imbarcarsi su questa nave carica di riflessioni, di questo tipo di riflessioni, che spesso fa acqua da tutte le parti.

Ci sono pensieri che giacciono lì infondo proprio perché è lì che devono stare.

Perché questo è il genere di pensieri che può avvilire.

 

Fa male pensare a se stessi. Ecco perché non lo facciamo quasi mai.  Tendiamo una mano al prossimo, ma mai al nostro io.

 

«Meglio non pensarci ora. Poi si vedrà …» ci diciamo. E siamo in tanti, sappiatelo

 

Ma quando quel “poi” si dilata e s’impone sulle nostre vite, le cose si complicano.

 

«Stare soli è magnifico!»

Andiamo ragazzi, ma a chi la diamo a bere con questa storia del meglio soli che male accompagnati?! Stare soli fa schifo, altro che…

 

 

Isolarsi è magnifico.

Ritirarsi per un po’ è magnifico.

La lontananza calcolata è magnifica.

 

 

Ma star soli… quella è tutta un’altra storia. Peggio ancora se,  a star soli, ci si abitua.

 

Si ha sempre la sensazione di stare in bilico. Di essere disorientati. Come me, oggi, su quella macchina. Disorientato, stordito, smarrito… sotto la pioggia incessante, incastrato tra una Fiat Punto e una Bmw, tra l’essere e l’avere … tra il dire e il fare. Ad ascoltare Gaber

 

 

Ed il bello è che, quando stai un po’ così,  ti dicono «ma di che ti preoccupi? Troverai un lavoro che ti piace. Ti innamorerai presto…»

E mi verrebbe da rispondere: «ma voi che ne sapete?! Ma chi siete?! Ma cosa volete da me?!»

 

Noi non vogliamo innamorarci presto. Noi vogliamo innamorarci e basta.

Ed è proprio su questa fune sottile che camminiamo ogni giorno, come fossimo i precari di questa vita. Prima e seconda. Prima e seconda…

 

Sapete, io mi sono innamorato solo un paio di volte. Ed è stato bellissimo. È stato tanto tempo fa.

Quando ci si innamora la pianta del piede appoggia ben bene su una superficie larghissima. Morbida. Vellutata. Non hai mai paura di cadere o farti male. E anche quando cadi, ridi. Ridi sempre. Ridi per tutto. Ridi di cuore.

Quando ci si innamora, l’abitacolo della tua macchina è uno spazio infinitamente piccolo. Pieno. Pieno di tutto. Di cartacce, di custodie di cd, aperte e buttate qua e la… piena di intenzioni e di incoraggiamenti.

 

Oggi invece, dentro la mia macchina, mi sono sentito come se stessi fermo. A guardare verso su, all’interno della Galleria Umberto I di Napoli o alla Grand Central Station di New York. Sono luoghi enormi quelli, sapete?

 

Ho avuto qualche vertigine. Ho appoggiato la mano sul sedile destro. Non c’era nessuno… e non è stato bello. Era come se mi fossi reso conto che, in quell’esatto momento, le mie percezioni sensoriali stavano cambiando. In peggio…

 

Il mio sguardo sembrava vigile ed attento alla guida. Ma non era così…

Guardavo avanti. Fisso. Ma cercavo qualcosa. Una proiezione forse. Un rifugio… la nota giusta.

 

Ora vado a dormire.

 

Domani sarà Milano!

 

 

 

 

 

 

[foto by ANTONIO ERRIGO]

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